Harmonies and Words

in the Pool of Time

  • Tutti soffrono all’idea di scomparire non visti e non uditi in un universo indifferente, e per questo vogliono, finché sono in tempo, trasformare se stessi nel proprio universo di parole. Milan Kundera

    Siamo ciò che siamo perché è quello che meritiamo di essere.
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Potevo essere io

Posted by mnemosineeorfeo su agosto 26, 2010

Io Eleonora Tripodi non la conoscevo.

E non conoscevo neanche il marito. E neanche la mamma o il padre o la nonna. Se non me lo avesse detto il TG, io il marito, la mamma, il padre o la nonna non li avrei neanche mai visti.

Percorro la strada ripida in salita che porta alla chiesa di S. Domenica e sento dietro di me i passi di una, due, tre persone. Sembrano seguirmi.

Fanno strada altre due, tre persone che si sentono seguiti da me, mentre altre sono sull’uscio o sulla veranda delle loro ville, in silenzio, seri, quasi incuranti del mondo fuori dal loro cancello.

Il sole è ancora alto, teso.

La strada ora è pavimentata e comincia a popolarsi di altre persone. Vedo solo piedi, a tratti gambe e busti. Non guardo in faccia nessuno. Ecco, ci sono quasi. Mi fermo dietro una folla composta subito dopo la fine della salita. Un applauso segue alle parole del parroco: che questo sacrificio non sia inutile. Attendo in silenzio, mentre intorno qualcuno saluta qualcun altro e chiede come sia potuto accadere.

Dritta, quasi in totale silenzio, scorgo a destra dei palloncini bianchi e in mezzo a questi una rosa. Anche noi abbiamo postato dei fiori. Una voce roca la ricorda come mamma e come piccola imprenditrice. Gestiva un negozio, Eleonora. No, non credo proprio di averla mai vista, neanche la foto mi ricorda niente.

Mi guardo intorno e riconosco pochissime persone. Ne scopro di nuove. Ma i funerali non sono certo le occasioni più adatte alla socializzazione. Una puntura in più, un parto difficile, un’operazione… Quasi tutto lì. Ma nessuno racconta in tempo finché va tutto bene. Un infarto, una appendicectomia, qualcuno sopravvive, qualcuno, purtroppo, muore. In ogni caso la verità verrà fuori. Deve venire fuori. O forse c’è, sì sì, quasi sicuramente una verità c’è.

Mezz’ora, quaranta minuti. Si procede a rilento.

Poco più in là vedo degli altri palloncini. In mezzo a questi, un sole. Chissà i suoi bimbi come si chiamano. Non ci saranno.

Ecco, ora la fila scorre più velocemente. Limitatevi a una stretta di mano veloce, i parenti sono distrutti. Non mi conosce nessuno, e a quest’ora saranno sconvolti, dal dispiacere e dalle centinaia di volti che passano velocemente davanti ai loro occhi, asciutti, ma tristi. Incrocio lo sguardo di un signore dignitoso, con gli occhiali, che ho già visto in TV per qualche secondo. A lui do le condoglianze più sentite. E avrei voluto dirgli di farsi coraggio e infonderlo ai suoi piccoli. E avrei anche voluto dirgli che il sorriso di Eleonora sicuramente continuerà a vivere sul volto della piccola Noemi. Ma è troppo tardi, sono già fuori dalla chiesa, a firmare, in stampatello, maiuscolo, la mia presenza. Sì, io c’ero.

Ho deciso di esserci. Perché al suo posto potevo esserci io.

Attendo attonita che il feretro sia portato fuori dalla chiesa. Qualcuno mormora intorno qualcosa, io non ascolto. Osservo. Spinta verso l’alto, vedo volare l’anima di quella giovane donna assieme a delle colombe bianche come le nuvole che la ospiteranno per sempre. Un applauso accompagna l’ascesi, un rosario sussurrato riporta ciò che rimane verso il luogo del riposo eterno, attraverso la piazza del paese, lì, vicino a dove lavorava.

Sì, anche il marito ha vissuto una vicenda simile: è orfano perché la madre morì dandolo alla luce.

Sì, è vero, io Eleonora Tripodi non la conoscevo. Non conoscevo neanche Federica Monteleone e Eva Ruscio. Ora però le conosco tutte queste vittime di un sistema cieco e sordo di fronte alle carenze strutturali di una regione, di un paese che toglie a tre figli una madre, a degli adolescenti la possibilità di un futuro, che toglie anche la più minima la speranza di tornare, che lascia in bocca un amaro intenso, durevole, rassegnato.

La piccola Noemi porterà scolpito sul suo volto il sorriso della sua mamma. E sono sicura che Noemi vorrà che nessun altro neonato provi quello che ha provato lei.

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